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I suggerimenti di chi ce l'ha fatta News

Alessandro Rimassa racconta la Repubblica degli innovatori

Incuriositri dal suo recentissimo libro e, dalla sua storia di successo, abbiamo incontrato Andrea Rimassa.

Il ragazzo che con il suo romanzo, Generazione 1000 euro, rivelò alla società il precariato di un’intera generazione, oggi ci racconta  un nuovo volto dell’Italia, una nuova generazione, un nuovo entusiasmo che  nutre la speranza della rinascita e ci ricorda che, in Italia, fare impresa é una tradizione mai  veramente perduta.

Autoritratto di Alessandro: scrittore, fondatore di Tag Innovation School e poi cos’altro?

Persona molto curiosa che cerca di costruire progetti in grado di far bene a sé e agli altri. Penso che in Italia si possa innovare, si possano costruire cose nuove, non solo con l’obiettivo personale di migliorare la propria impresa, il proprio lavoro, il proprio business ma, anche, nell’ottica di far funzionare meglio il Paese.

Innovazione: una parola che ormai sentiamo dappertutto. Vogliamo circoscriverla? Cos’è l’Innovazione? Cosa vuol dire Innovare?

Innovare vuol dire trovare nuove soluzioni che permettono alle persone di vivere meglio. Non è solo rendere più semplice fare qualcosa o migliorare un’esperienza, un prodotto o un servizio. L’innovazione è costruire qualcosa che restituisce dei vantaggi sia alle persone sia alla società.

Come si sposa l’antica arte dello scrivere con la parola innovazione, alla luce delle nuove possibilità che offre la rete.

La scrittura non ha nulla di innovativo. La scrittura è un mezzo per raccontare storie, quindi con la scrittura si può raccontare anche l’innovazione. Oggi si parla tanto di storytelling, di capacità narrativa. Ecco, questa capacità, semplicemente, oltre a descrivere tante cose può descrivere anche l’innovazione.

Negli Stati Uniti la scrittura è una materia scolastica. In Italia non rappresenta ancora una reale possibilità lavorativa. La tua esperienza però dimostra il contrario. Sei una felice eccezione oppure qualcosa sta cambiando?

Per quanto mi riguarda, in tutta sincerità, per me scrivere è un modo di esprimersi, di raccontarsi, al pari di altre forme di comunicazione. Poi capita che questo mezzo espressivo diventi una forma d’arte (penso ad esempio alla narrativa) ma, in linea generale, non considero la scrittura un mestiere a se stante.

Tuttavia le tue produzioni letterarie segnano le epoche. Nel 2005 leggevamo la crisi nel romanzo, poi diventato film, “Generazione 1000 euro”. Oggi, nel tuo nuovo libro “La Repubblica degli Innovatori “ leggiamo di fermenti, di storie di successo, di speranze. Cosa è cambiato in questo breve eppure lungo  lasso di tempo?

E’ successo che è cambiato tutto in peggio ma, forse, adesso stiamo ritrovando qualcosa di meglio. Nel 2005, quando è uscita la prima versione di Generazione 1000 euro, descrivevo una generazione in grande difficoltà ma con grande voglia di fare. Allora ancora non si parlava di precariato.
Oggi sono arrivato a descrivere una nuova generazione con la stessa voglia di fare ma, anche, con la capacità di realizzare.

Che volti ha  questa nuova generazione?

E’ la generazione dei neoimprenditori, degli start upper, cioè delle persone che hanno caratteristiche da imprenditori anche quando lavorano per aziende altrui, quindi sono “imprenditivi”.

Sei stato in grado di intuire prima degli altri il problema del precariato. Anche questa volta pensi di aver intuito una nuova strada?

Lo ammetto. Ho un po’ la presunzione di affermare che, come in passato sono stato in grado di individuare, prima degli altri, il problema del precariato raccontato nel libro Generazione 1000 euro, ancora una volta penso di aver visto e di aver raccontato, prima degli altri, la possibilità che si profila in Italia. Questa possibilità è rappresentata da tutte le persone che fanno impresa. Giovani e meno giovani. Cioè tutte quelle persone che piano piano, sotto traccia, stanno costruendo il futuro di questo paese.

Come?

Seminando l’innovazione nel solco della tradizione.

Qual è la tradizione?

La stessa che negli anni ’50-’60 segnò il boom economico. La tradizione tutta italiana di fare impresa.

Come definiresti questi nuovi imprenditori?

Sono dei nuovi eroi. Possiamo chiamarli così perché costruiscono il futuro facendo impresa. Non gettano la palla oltre l’ostacolo ma giocano partite nuove che si pensava non fossimo più in grado di affrontare. E invece sorpresa, le affrontiamo molto bene!

Qual è il messaggio che sottende il tuo nuovo libro?

Il messaggio è doppio: il primo é che bisogna esaltare e raccontare chi, con grandi sacrifici, sta costruendo la nuova Italia perché la sua esperienza sia da esempio per tanti altri. Il secondo è che ci sono dei metodi per arrivare alla realizzazione di un progetto: non è un colpo di fortuna, non è la bravura di uno, non è la raccomandazione dell’altro. Il raggiungimento del successo si ottiene solo con il metodo e la dedizione.

Nel libro é possibile trovare, infatti, anche dei suggerimenti relativi al metodo da seguire, vero?

Si, nel libro ho tracciato  una vera e propria analisi di management e  di business per suggerire e consigliare  quali metodi seguire e quali strade percorrere. Il libro vuole applaudire chi ha scommesso su se stesso ed é riuscito a vincere ma, anche, fornire strumenti utili per seguire l’esempio di questi “eroi”.

Sul mondo che gravita intorno alle start up sentiamo opinioni differenti. Accanto alle storie di successo che sono narrate nel tuo libro, esistono molte storie che il successo non l’hanno conosciuto. Qualcuno ha scritto, sul Manifesto, sul Fatto Quotidiano e, insomma, sulla stampa nazionale che le start up rischiano di essere una grande illusione per l’Italia che ecerca nuove strade…

A me non piace neanche chiamarle start-up. Mi piace parlare di imprese. E noi italiani, l’impresa, l’abbiamo sempre fatta, l’abbiamo fatta benissimo,  continuamo a farla e a  farla per bene. Le nuove imprese sono la costruzione del futuro di questo paese. Parlano i dati: le Camere di Commercio italiane ci dicono che la metà delle persone che vengono assunte, oggi, sono assunte da aziende che cinque anni fa non esistevano. Non credo si debba aggiungere altro.

Pensi che il tuo libro possa ispirare un nuovo film che diventerà il manifesto degli imprenditori italiani?

A me farebbe molto piacere se cio’ accadesse.

Puoi lasciare un pensiero, un’dea, un suggerimento per i nostri lettori?

Bisogna  inseguire le proprie ambizioni osservando e ascoltando cosa ci chiede il mondo che ci circonda. Porto un semplice esempio: nelle professioni digitali legate all’innovazione oggi c’è lavoro e, tante aziende, ricercano personale adatto ma non riescono a trovarlo. Quindi c’è uno scarto tra domanda e offerta e, nello stesso tempo, c’è una disoccupazione al 40%. Questo significa che bisogna capire quali sono i lavori che soddisfano le proprie aspirazioni e anche le richieste concrete che il mondo ci invia.

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